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"I dati sono le nuove relazioni, così aiutiamo i decisori di Sanità Pubblica"

VIAGGIO NEI LAVORI DEL FUTURO DEL FARMACEUTICO / PRIMA PUNTATA – Una visione integrata, semplificata, più efficace e di impatto, basata su ricerche, evidenze, studi. E su un elemento imprescindibile: il valore della ricerca e della cura per un paziente oggi più informato e consapevole. Intervista a Fulvia Filippini, a capo del Market Access & Public Affairs di Sanofi Italia. "L’ecosistema delle relazioni istituzionali si è rivoluzionato in questi anni interconnessi. In questo mondo cambiano le dinamiche di chi opera con opinion leader istituzionali e terze parti".

 

«Nel nostro lavoro puntiamo sui dati. Perché le ricerche evidenziano il valore che hanno le soluzioni terapeutiche. E il fine ultimo è sempre la salute per la comunità». Così Fulvia Filippini, romana di nascita, diciassette anni in imprese del pharma con diversi incarichi esteri e una precedente esperienza al Senato della Repubblica. «Mi ha consentito di capire come si lavora dall’altra parte. Per chi vuole fare Public Affairs oggi è importante comprendere come si opera nelle aula parlamentari nazionali o europee». 
 
Come si presenta la sua nuova struttura unificata Market Access & Public Affairs?
«Siamo stati tra i primi in Sanofi a proporre l’integrazione tra due dipartimenti. Volevamo rispondere a due bisogni importanti: il primo arriva dall’esterno e coinvolge i vari stakeholders, policy-makers payors, opinion leader. Questi mondi sono fortemente collegati tra di loro e questa nuova struttura consente un'unica regia. E ci permette di essere più sinergici ed efficaci, per meglio rispondere alle necessità dei pazienti. Il secondo bisogno è interno, è una semplificazione e consente alle Global Business Unit di avere un referente unico per i processi nazionali e regionali».
 

Di che profili si compone la sua squadra?
«Oggi siamo una quarantina di persone, con competenze differenziate: tra queste c’è per esempio il Value&Access Lead, ovvero quella figura impegnata nella generazione di evidenze per portare il valore dei nostri prodotti. E il valore non è il prezzo, ma la ricerca che ci sta dietro e l’impatto sulla gestione della malattia. Poi c’è anche il Pubblic Affairs Lead: attraverso un approccio multi-stakeholders dialoga con istituzioni e associazioni pazienti. C’è poi il Regional Affairs Manager, unione dei due ruoli del passato  (access e public affairs regionale) in un’unica figura  che porta l’approccio multistakeholder a livello regionale». 
 

Di quali competenze disponete in azienda?
«Direi una forte valenza territoriale, grande competenza e spiccata propensione alla semplificazione». 

 
Dialogate con quelle che vengono chiamate Terze Parti: chi sono?
«I nostri stakeholders sono in primis le istituzioni dal Ministero della salute ma anche di altri ministeri come quello del Lavoro o dell’Economia o Sviluppo  economico. E anche le Regioni sono un interlocutore fondamentale. L’Aifa per noi che abbiamo anche un notevole footprint industriale è un interlocutore sia per la parte pharma sia per la parte industrial. Oggi poi un ruolo sempre più significativo ce l’hanno le associazioni dei pazienti. Per Terze Parti intendiamo anche partner e think thank come Ambrosetti e altri istituti di ricerca. Con questi partner generiamo studi, analisi, evidenze, che servono a discutere con gli interlocutori su una evidence based. Perché i dati oggi sono la chiave per comprendere la trasformazione del sistema della sanità nei Paesi e a livello extranazionale». 

 
Il mondo pharma ha sempre riconosciuto una strategicità per gli stakeholders istituzionali. Che tipo di attività svolgete per la creazione di valore per queste strutture?
«Innanzitutto cerchiamo di veicolare come non sia importante il prezzo del farmaco, ma il valore che quel farmaco porta alla comunità. Farmaci che ti consentono di non fare più trapianti, di non ospedalizzare, di risparmiare sula pensione di invalidità: il farmaco deve essere compreso nell’impatto che genera nell’arco della malattia, con ripercussioni sociali. Quello che ci si deve chiedere è se “ciò che stai spendendo su un farmaco o su una tecnologia innovativa ti genera nel tempo dei risparmi importanti”. In tutto ciò acquista una forte rilevanza quella che viene chiamata Burden of disease, il peso della malattia e quanto una società spenderebbe per curare un paziente cronico. La sfida è far comprendere questa complessità».
  

Emerge una visione prospettica, a lungo termine, di insieme…
«Ed ecco perché è rilevante uscire dall’approccio di breve termine e andare a vedere l’impatto e i risparmi che spesso non a si respirano a brevissimo. Il nostro compito è far percepire il valore della ricerca e dello sviluppo. In questa ottica un primo passo è stato fatto: nella Finanziaria di dicembre 2017 è emerso un comma in via sperimentale per alcuni farmaci innovativi oncologica. Questa sarà la tendenza nel prossimo futuro.
  

Il mondo italiano come diverge rispetto a quello anglosassone o a quello americano per l’attività di lobbing e di accesso al mercato?
«I due mondi non sono paragonabili. Un approccio basato sugli outcomes, ovvero sui risultati e sulle evidenze, è qualcosa che in Europa sta venendo fuori molto forte. La stessa EFPIA sta portando avanti questa visione. Tutto ciò diventa un percorso obbligato. Purtroppo in Italia la parola lobbing viene spesso equivocata. In realtà in altri Paesi, a cominciare proprio dal Parlamento Europeo, l’attività di lobbing è fortemente regolamentata a e riconosciuta». Nel pharma è importante avere delle procedure anche per le attività istituzionali, solitamente più nuove, rispetto a tutte le altre attività ( marketing e vendite )  altamente regolamentate. Noi da molti anni abbiamo una procedura specifica.

 
Chi sono i “lobbisti”?
«Per spiegarlo potrei riprendere ciò che diceva Kennedy: “I lobbisti sono coloro che in due minuti fanno capire ciò che il lavoro del mio staff mi farebbe comprendere  in diversi mesi”. Parliamoci chiaramente: la decisione finale è sempre del decisore, ma noi portiamo il punto di vista in modo oggettivo e con evidenze che vengono messe a disposizione. Ecco, questo è un bellissimo percorso virtuoso».
 

Come sta cambiando in questi anni connessi il vostro lavoro?
«Siamo passati da un approccio meramente  relazionale a uno basato appunto sulle evidenze, cioè sui dati che fanno la differenza: i numeri supportati da analisi e studi che consentano una scelta informata e consapevole. Questa è la visione di Sanofi del Pubblic Affaris come funzione attiva verso tutti questi stakeholders esterni che hanno un impatto sulle decisioni. Si tratta di una visione moderna e dinamica in un mondo liquido».
  

Cosa si aspetta oggi maggiormente dalle sue persone?
«Mi aspetto competenze. E poi collaborazione. Nel complesso ambiente per vincere bisogna saper aggregare sia all’interno che all’esterno, stimolando azioni cross-funzionali. Ci troviamo a lavorare su temi complessi che richiedono l’apporto di tutti, dal legal al commerciale. Quindi le soft skills sono ancora più importanti. Questa  è la nuova visione di servant leadership».

 
Quali sono le sfide che si trova ad affrontare il nostro sistema di salute?
«La sfida numero uno è la sostenibilità dei sistemi sanitari. La popolazione invecchia e ci troviamo di fronte a quella tempesta perfetta teorizzata dal presidente ISS Walter Ricciardi. Se i bisogni di salute crescono e le risorse diminuiscono occorre fare un ragionamento di medio-lungo periodo. Noi come Sanofi stiamo lavorando ad approccio nuovo. D’altronde è questo il significato di integrated care: mettere in connessione tanti strumenti per aiutare il paziente a gestire la malattia. Oggi le tecnologie ci aiutano a ripensare i sistemi sanitari in una logica di risparmio. Con un nuovo protagonismo del paziente sempre più attivo e informato. Ma attenzione: anche qui dobbiamo contribuire a costruire una corretta informazione in rete». 

       
Si parla di consapevolezza del paziente, più orientato e protagonista. Come perseguire questo percorso?
«Qui c’è il ruolo strategico  delle associazioni di pazienti. E noi come azienda pharma possiamo avviare progetti in partnership. D’altronde siamo percepiti come un valore aggiunto».  
   
 
Progetti, iniziative, eventi: il selfie al quale è più legata in azienda?
«Sicuramente il premio Zanibelli che ho nel cuore perché è una iniziativa emblema di quello che è Sanofi. Si da la possibilità di raccontare una esperienza di malattia, dando voce a storie che non hanno spesso un mercato». 

   

Intervista di Giampaolo Colletti realizzata insieme a Barbara Tornese, Direzione Comunicazione Sanofi Italia

Data aggiornamento: 26 Febbraio 2018