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«La farmacovigilanza è al servizio dei cittadini. E noi siamo gli scienziati della salute»

VIAGGIO NEI LAVORI DEL FUTURO DEL FARMACEUTICO / SECONDA PUNTATA
L’importanza della ricerca e della comunicazione. La volontà di approfondire ogni segnalazione per garantire la salute e la sicurezza dei pazienti. E la forte convinzione che una cultura della farmacovigilanza passi prima di tutto dalla formazione dei collaboratori dell’azienda. Intervista ad Andrea Chiarenza, a capo della divisione di farmacovigilanza di Sanofi per l’Italia, Malta, la Grecia e Cipro.

 

«La farmacovigilanza è una scienza. Ed è quella scienza che si occupa della raccolta e valutazione dei dati relativi alla sicurezza dei farmaci che noi utilizziamo. Un lavoro che nasce dalla necessità di verificare se vi siano dei segnali che possano far prevedere dei possibili rischi derivanti dall’uso di queste molecole».  Così Andrea Chiarenza, catanese di nascita, medico specializzato in farmacologia clinica con un dottorato in farmacologia sperimentale, in Sanofi da diciassette anni con una precedente esperienza nell’ambito della ricerca universitaria. “Il compito della farmacovigilanza è quello di tenere sotto controllo il rapporto beneficio-rischio del farmaco, assicurando che sia sempre positivo».
 

Perché continuare a monitorare i farmaci una volta immessi sul mercato?
«Il vero banco di prova per verificare quale sia l’effettivo profilo di sicurezza di un farmaco è solo nella fase post-marketing. Noi dobbiamo tener conto che gli studi clinici hanno dei limiti, che riguardano la popolazione – il numero di pazienti sottoposti a un trattamento – ma anche la loro qualità: molto spesso, ad esempio, si tratta di pazienti affetti da una singola patologia, che prendono un solo farmaco oppure in una fascia di età piuttosto che in un’altra. Quindi possiamo registrare solo un numero limitato di reazioni. Dunque è solo nella fase post-marketing che possiamo andare a raccogliere dei dati che non abbiamo potuto osservare durante la fase pre-clinica e clinica. Una fase che ha acquisito ulteriore importanza grazie alle nuove leggi sulla farmacovigilanza, che ci consentono di andare a valutare anche l’efficacia dei farmaci: gli studi post-autorizzativi sull'efficacia (PAES), infatti, vengono svolti proprio per valutare se l’efficacia nel real world è assimilabile a quella osservata negli studi clinici».

 
Che cosa ne pensa della possibilità di segnalare reazioni avverse anche da parte dei cittadini-pazienti?

«È stato sicuramente un passo in avanti per il cittadino. Anche perché così può sentirsi molto più responsabilizzato e forse anche confortato, visto che in passato la segnalazione poteva essere fatta solo dagli operatori sanitari. È chiaro che un medico può fare una valutazione più scientifica, anche perché conosce la patologia di base, mentre magari il paziente può andare a confondere un sintomo che è dovuto alla sua patologia con qualcosa che deriva dall’assunzione del farmaco. In ogni caso, in farmacovigilanza preferiamo sempre avere un’informazione in più piuttosto che una in meno».

 
Possiamo dire che oggi in Italia si è affermata una cultura della farmacovigilanza?

«Non mi sento di fare un’affermazione di questo genere. Purtroppo in Italia si parla ancora molto poco di farmacovigilanza».

 
Approfondiamo questo aspetto: cosa ne pensa della comunicazione in merito alle attività di farmacovigilanza?

«A livello mediatico, penso che si possa fare molto di più per fornire un’informazione completa e accurata rispetto a queste tematiche. Credo che i cittadini/pazienti, in generale, non siano ancora ben consapevoli della possibilità di segnalare reazioni avverse ai farmaci. Per il momento, dunque, si fanno solo comunicazioni ad hoc quando si verifica un problema: le aziende, infatti, sono obbligate a informare sia i medici che i pazienti quando si presentano nuove problematiche di safety. Questo processo rientra nelle misure addizionali di minimizzazione del rischio. Poi, per quanto ci riguarda, cerchiamo di parlare di questi temi in ogni occasione, puntando a creare e rafforzare una cultura della farmacovigilanza anche fra i dipendenti, in modo che possano portare questi messaggi al di fuori del contesto aziendale».

 
I social media in che modo hanno inciso sul vostro lavoro?

«Al momento lo stanno complicando perché non possiamo verificare se dietro un nickname ci sia veramente una persona che abbia usato un farmaco Sanofi e se poi abbia avuto un problema. Noi, comunque, abbiamo l’obbligo di monitorare sia i siti sponsorizzati dall’azienda che i nostri account sui social media per vedere se arrivano delle segnalazioni. A volte, però, ci confrontiamo con commenti senza alcun reale fondamento e questo rende il nostro compito più difficile».

 
Quali sono le prospettive riguardo i temi che caratterizzano la farmacovigilanza?

«La spinta è verso un’informatizzazione del settore, grazie all’intelligenza artificiale. Si va verso algoritmi in grado di eseguire delle valutazioni dei casi. Devo ammettere che sono un po’ scettico riguardo a queste possibilità perché penso che le conoscenze e il buon senso delle persone possano fare un lavoro migliore».

 
La sua prossima sfida?

«È quella di far capire anche all’interno dell’azienda l’importanza della farmacovigilanza, per non vederla solo come un’applicazione di norme. Per un’azienda come la nostra, che ha il paziente al centro del suo interesse, le attività di farmacovigilanza possono costituire un valore aggiunto nel pacchetto che vendiamo: oltre a farmaci efficaci, infatti, possiamo garantire anche la sicurezza nel loro utilizzo».

 
Di che profili si compone il suo team?

«Il mio team è composto da profili molto diversi. La maggior parte viene dal mondo della farmacia e del chimico-farmaceutico. C’è anche un biologo e un veterinario. E io sono un medico. Credo sia proprio questa varietà di figure a costituire la nostra forza perché riusciamo a integrare al meglio le nostre competenze nel lavoro di ogni giorno».

 
Cosa si aspetta dalla sua squadra?

«Di dare il nostro contributo allo sviluppo della farmacovigilanza non solo in Italia, ma anche in Europa, visto che facciamo parte di una multi-country organization. Abbiamo davanti a noi tante sfide da affrontare, ma sono convinto che con un buon lavoro di squadra si potranno raggiungere dei buoni traguardi».

 
Progetti, iniziative, eventi: il selfie a cui è più legato in azienda?

«“Tre minuti per la farmacovigilanza”. Un video che ha fatto parte dell’ultima campagna di awareness dedicata ai dipendenti. L’ho montato nel tempo libero ed è stato un lavoro che ho fatto con molta passione». 
  
 

Intervista di Marco Arcidiacono, Direzione Comunicazione Sanofi Italia

Data aggiornamento: 9 Aprile 2018