Viaggio nei lavori del futuro del farmaceutico / Quinta puntata: Filippo Cipriani

«Il ricercatore, soprattutto se in biotecnologie, deve sapersi gestire in autonomia, restando sempre aggiornato sul lavoro degli altri e portando avanti i propri quesiti di ricerca, mosso da grande curiosità e grazie alla messa a punto di esperimenti inediti»

Filippo Cipriani

Rispondendo alla domanda di un giornalista che chiedeva di cosa si sarebbe occupato “da grande”, Bill Gates ha risposto: “di biotecnologie. Il cui impatto sarà uguale o superiore a quello dell’hi tech”. Il biotech è un settore strategico di crescita per i prossimi anni. Si dice che sia il più promettente segmento del mercato azionario perché supporterà il progressivo invecchiamento della popolazione grazie all’intelligenza artificiale in ambito sanitario. Intervista a Filippo Cipriani, biotecnologo, Rare Disease Patient Advocacy Lead & Head of Open Innovation Projects Sanofi Genzyme

Come mai secondo te i cosiddetti FAANG (Facebook, Amazon, Apple, Netflix, Google) hanno deciso di investire pesantemente in biotecnologie? 
«Penso vi siano molteplici ragioni, anche se non si tratta di Biotecnologie in senso stretto, in quanto non si occupano di ricerca e sviluppo ma offrono servizi ad aziende biotech e pharma. Si tratta di aziende abituate a gestire grandi moli di dati, analizzarli e fare previsioni per anticipare i trend. Quali? Alexa, tecnologia di Amazon, potrebbe essere utilizzate per realizzare diari pazienti digitalizzati, senza contare che potrebbe facilmente trasformarsi in un supporto di telemedicina oppure per assistenza a persone non autosufficienti. È interessante l’apporto delle tecnologie indossabili (wearable): Apple ha validato l’ultima versione dell’Apple Watch con un approccio analogo a quella di uno studio clinico tanto da ottenere approvazione dalla FDA per le applicazioni del sensore di monitoraggio cardiaco. A fine 2018 la FDA ha poi approvato la prima terapia completamente digitale, una app per la gestione dell’abuso di sostanza quali alcool e cocaina. Facebook, ad esempio ospita gruppi chiusi in cui gli utenti parlano liberamente della propria esperienza con i nuovi farmaci e supporta da tempo le CRO per arruolare pazienti per gli studi clinici. È poi notizia recente che 23andME (azienda guidata da Anne Wojcicki, ex moglie di Sergey Brin, co-fondatore di Google), leader per test genetici a livello consumer, sta entrando nel business del clinical trial recruitment, sfruttando il suo enorme database già ampliamente sfruttato per cercare nuovi bersagli terapeutici. Wearable, assistenti vocali, big data, terapie digitali, nuove modalità di arruolamento pazienti: questo è il campo da gioco dei Faang».

Tornando alle biotecnologie in senso stretto, quali sono le principali aree di sviluppo terapeutico? 
«L’oncologia è e resterà una area predominante, principalmente a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. Le malattie rare sono una altra area di sviluppo. Se ne conoscono oltre 7000 ma solo poche centinaia hanno terapie specifiche, pertanto vi è un grande bisogno che potrà essere progressivamente colmato grazie alla miglior comprensione dei meccanismi molecolari e alle nuove tecnologie.  Non da ultimo c’è grande sviluppo in immunologia e disordini metabolici».

Quali prospettive per un laureato in biotecnologia oggi nell’industria farmaceutica? 
«La mia esperienza personale mi insegna che se ci si impegna in allenamento poi giocare, la partita è più facile. E la partita del futuro prevede medicina di precisione, terapie geniche e molecole RNA antisenso. Le Biotecnologie non sono solo di moda. Sono parte del nostro passato (basti pensare ai cibi che si basano su processi quali la fermentazione) e rappresentano il nostro futuro. Chi opera nella industria farmaceutica, indipendentemente dal ruolo, necessita di basi scientifiche solide per poter dialogare alla pari con enti regolatori e con la classe medica. Tali basi possono essere acquisite anche nel tempo ma mi sento di raccomandare ai futuri manager del Pharma di avvicinare la parte scientifica il prima possibile, già nel curriculum universitario». 

Come ti aiuta o ti ha aiutato la tua laurea in biotecnologie nel percorso professionale? 
«I tanti laboratori e le materie sono utili a sviluppare un approccio sperimentale, creativo ma rigoroso. Ricordo bene il colloquio di assunzione in Genzyme nel 2010. All’epoca potevo vantare esclusivamente una esperienza di laboratorio, forte di un dottorato e di un post-dottorato. Chi mi ha assunto mi ha stupito paragonando i miei anni di ricerca ad anni di project management. Infatti il ricercatore, soprattutto se in biotecnologie, deve sapersi gestire in autonomia, restando sempre aggiornato sul lavoro degli altri e portando avanti i propri quesiti di ricerca, mosso da grande curiosità e grazie alla messa a punto di esperimenti inediti. Il tutto tenendo ben presente le scadenze da rispettare per poter ricevere altri fondi e proseguire il proprio lavoro. In laboratorio non c’è competizione e ci si confronta continuamente nell’interesse dell’avanzamento della conoscenza. Questo mi è utilissimo nel mio quotidiano».

Sanofi Genzyme supporta la Biotech Week, la settimana dedicata alle biotecnologie. Quali attività avete organizzato o realizzato per questa occasione? 
«Per la edizione 2019, Sanofi Genzyme continua la sua collaborazione con il dipartimento di Scienze della Vita della Università di Modena. Abbiamo deciso di mettere a disposizione degli studenti la conoscenza presente all’interno della azienda, coniugandola con il contributo di professionisti dei settori pubblico e privato. “Conoscere, comunicare e innovare nelle Malattie Rare”. È questo il titolo di un minicorso, approvato dal Consiglio di Facoltà del Corso di Laurea in Biotecnologie e patrocinato da UNIAMO. Si terrà in lingua inglese ed composto da 8 moduli che coprono tutti gli aspetti dalla Ricerca & Sviluppo, Accelerazione e Incubazione, progetti Medico-Marketing, Comunicazione, Affari Istituzionali, per poi arrivare alla Patient Advocacy e alla Open Innovation. L’obiettivo è raccontare il mondo delle Malattie Rare attraverso molteplici punti di vista. Il 27 settembre invece riceveremo presso i nostri uffici una delegazione di specializzandi in Biotecnologie per dare loro un orientamento sulle principali funzioni aziendali. Nello specifico parleremo anche di come le competenze del percorso di studio in biotech possono essere utilizzate nel contesto di Sanofi Genzyme, divisione di Specialty Care del gruppo Sanofi».
 

Intervista di Matteo Bertone, Direzione Comunicazione di Sanofi Italia

Quarta puntata: Riccardo Ghini, Quality


Terza puntata: Marco Scatigna, Ricerca Clinica


Seconda puntata: Andrea Chiarenza, Farmacovigilanza


Prima puntata: Fulvia Filippini, Public Affairs 

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